Antigone. La grandezza di una storia che non muore mai

“Essere uomini o essere umani”: Antigone e il destino dell’umanità.

“Soliloquio a più voci”. Così il regista Roberto Latini presenta la propria Antigone, in scena ancora fino a domenica al Teatro Vascello. Non potrebbe esserci descrizione più veritiera: una serie di personaggi che dialogano tra loro, eppure sembrano del tutto incapaci di entrare in connessione. 

La profondità di un testo che da millenni parla, che è stato ri-scritto e re-interpretato centinaia di volte, prende nuova forma e nuova vita tra le mani di un regista e attore che è stato in grado di creare qualcosa di raro e davvero prezioso.

Roberto Latini in Antigone
ph. Manuela Giusto

Questa Antigone – testo di Jean Anouilh, nella traduzione di Andrea Rodighiero – svela le complessità e i mai sanati conflitti interiori di una famiglia che è, simbolicamente, l’umanità tutta. 

La trama della tragedia è per lo più nota. Non sono i fatti narrati a tenere chi guarda in attesa, ad animarne l’interesse o smuoverne l’emotività. Il dolore dei personaggi è un dolore antico che tocca corde umane, ma ciò che davvero lascia storditi è la costruzione dello spazio scenico e il sovvertimento delle aspettative.

Genere, età, aspetto esteriore perdono qualsiasi rilevanza: la piccola e fragile Antigone, inizialmente voce fuori campo, prende corpo nella figura statuaria di Roberto Latini, mentre il forte e possente Emone assume un’estetica quasi queer nelle movenze rapide e scattanti di Ilaria Drago

Ilaria Drago in Antigone
ph. Manuela Giusto

Ossimori incarnati, per questo capaci di incantare, di trascinare chi guarda nel baratro scuro della loro vicenda. 

Latini è un protagonista affatto ingombrante, la cui presenza non cancella quella dei colleghi, ma al contrario la nutre: un esempio di recitazione che non vuole sovrastare ma accompagnare e illuminare.

Silvia Battaglio in Antigone
ph. Manuela Giusto

Incanta Silvia Battaglio, la cui Ismene è una bambola rotta, pare mossa da fili che la comandino dall’esterno, eppure piena di una forza devastante, che emana da quel corpo che scatta e si spezza.

Completano il cast Manuela Kustermann e Francesca Mazza: una compagnia di raro talento, in cui ogni singolo istante regala a chi guarda emozioni intense e performance difficili da dimenticare.

Manuela Kunstermann in Antigone
ph. Manuela Giusto

I numerosi monologhi si susseguono a ritmo incalzante, e ogni interprete crea un mondo, che si anima grazie alle sue parole. Un incredibile lavoro sui corpi, sul movimento e sulle possibili inter-relazioni che tra questi corpi possono crearsi. 

Non ci si tocca quasi mai, e quando un contatto c’è, se ne percepisce la potenza.

Non è uno spettacolo tradizionale, in nessun senso. 

La messa in scena – a cura di Gregorio Zurla – è minimale, il palco appare pressoché vuoto, uno spazio che si riempie con le vite di questi personaggi che sono davvero immensi. Larger than life, direbbero gli inglesi. I costumi di Gianluca Sbicca contribuiscono a trasformare attori e attrici in vere e proprie figure, straordinarie eppure umanissime.

La tragedia – forte qui è la derivazione classica – prosegue ineluttabile, il destino è già segnato e, alla fine, a soffrire di più è chi rimane in vita. Il Creonte di Francesca Mazza è, allora, davvero il personaggio più umano, quello in cui il dolore cresce ed esplode, e non ha vie di fuga.

Francesca Mazza in Antigone
ph. Manuela Giusto

Le scelte che (non) hai fatto ti hanno portato adesso qui.

Questo è Teatro. Con la T maiuscola.

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