Bubù Babà Bebè: Peppe Barra, Lalla Esposito, e il recupero di un mondo ormai quasi perduto, alla Sala Umberto.
Ci sono spettacoli che creano mondi nuovi, che trasportano il pubblico verso universi impensati.
Ce ne sono altri che, invece, portano chi guarda indietro nel tempo, a recuperare parti di storia che, se non curate, rischiano di perdersi, venire dimenticate.
Bubù Babà Bebè: parole senza senso, una vecchia surreale filastrocca napoletana.

Due voci che si intrecciano, che interagiscono, che reciprocamente si scherniscono: da scene di matrimonio a canzoni di seduzione, da racconti di vita a canti d’amore disperato.
Peppe Barra e Lalla Esposito riempiono la Sala Umberto di canti, musica e tradizione. È un viaggio a ritroso, un affondo nella tradizione. Le voci dei due performer si intrecciano e incantano chi ascolta.
Per un orecchio attento, e per chi le conosca, queste canzoni sono tutt’altro che sconosciute: nel pubblico si vedono labbra che si muovono, mimando in silenzio i testi, che riemergono, memorie quasi dimenticate.
È da scoprire e riscoprire l’intreccio tra voci e musica: Giuseppe Di Colandrea al clarinetto, Agostino Oliviero al mandolino e violino e Antonio Ottaviano al pianoforte dialogano direttamente con gli attori, dando vita ad altri personaggi.

È una forma teatrale tutta sua, particolare, forse non adatta a ogni tipo di pubblico: nonostante ciò, guardando Barra ed Esposito alternarsi sul palco, qualcosa si smuove anche in chi, normalmente, non apprezzerebbe questo tipo di spettacolo.
È affascinante osservare il pubblico mentre lo spettacolo arriva alla fine: tanti sorrisi, tante risate, applausi che non finiscono.
Recuperare la tradizione rimane importante, in un mondo che sembra voler correre solo in avanti.
Bubù Babà Bebè è un gioiellino di teatro d’avanspettacolo, che va preservato come memoria del tempo che fu.
