Festival Immersioni 2026, la poesia urbana di San Siro

Milano oltre i cliché: la poesia urbana del festival Immersioni

Per me, che sono milanese senza se e senza ma, sentire parlare della mia città è sempre difficile. Spesso chi tenta di raccontarla scade in cliché e luoghi comuni, forse perché non è facile descrivere una realtà complessa come Milano: una metropoli cambiata radicalmente negli anni, ricca di luoghi ancora poco noti e capace di far convivere più livelli culturali, sociali ed economici. Rappresentarla a teatro, poi, rischia spesso di ridurla alla solita “città del lavoro” dove non si pensa ad altro, facendole perdere tutta la poesia di un luogo che, apparentemente, non ne ha.

La mia anima meneghina, però, si rasserena davanti a un festival come Immersioni, organizzato da Mare Culturale Urbano in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano.

Questa rassegna porta sul palco sguardi e studi di una Milano che, per fortuna, ancora non conosco del tutto, e lo fa con una poesia urbana rara. Il dettaglio ancora più interessante è che a raccontare queste storie sono artisti fuorisede: persone che hanno lasciato le proprie città per approdare nella faticosa e complessa Milano, senza che questo frenasse la loro passione, l’entusiasmo e la voglia di narrare le stratificazioni di questa  metropoli europea.

Quest’anno l’immersione è avvenuta nel quartiere San Siro.

Un luogo celeberrimo ma paradossalmente poco conosciuto: basta trascorrerci più di un pomeriggio per accorgersi che non si esaurisce affatto nella presenza dello Stadio. L’invito del festival, come sempre, è quello di non fermarsi alle apparenze. È esattamente ciò che hanno fatto gli artisti coinvolti, portando in scena storie profonde e sfaccettate.

Festival Immersioni 2026

Dogville

Il festival si apre in piazza Selinunte, cuore pulsante del quartiere, con Dogville, un progetto ispirato al celebre film di Lars von Trier (regia Michele Maccon, Martina Ponzinibio, drammaturgia Greta Cappelletti e Michele Maccagno, e con Dennis Aiesi, Tiffany Alexander, Matteo Battagliese, Caterina Erba, Flavio Innocenti, Pietro Del Missier, Alessandro Levi, Asia Siena, Giulia Zangaricagno)

Un gruppo di giovani attori, durante le prove per la creazione dello spettacolo, si lascia gradualmente assorbire dalla storia, fino a quando la finzione sembra non distinguersi più dalla realtà. La drammaturgia, scandita da dialoghi ritmati, contamina il dramma con un tono quasi da stand-up comedy, restituendo momenti comici e dissacranti. In un cast giovanissimo spicca la prova attoriale di Flavio Innocenti, capace di immergersi con intensità nella figura del regista che guida la compagnia in questo viaggio.

Stiamo da Dio

Il percorso continua con Stiamo da Dio, testo di Elvira Buonocore e regia di Maria Chiara Montella.

In scena troviamo due donne (Alessandra Cocorullo e Stefania Remino ) che iniziano la giornata dentro un piccolo appartamento con una serie di esercizi di ginnastica per “partire al meglio”. Poco dopo scoprono che nel quartiere ha aperto un centro termale: vorrebbero tanto andarci, ma i prezzi sono ovviamente proibitivi. Come può inaugurare una spa a San Siro, dove la gente fatica a pagare l’affitto? Il contrasto è surreale: da una parte le case popolari, dall’altra un quartiere residenziale dove si prenotano massaggi e saune. La drammaturgia è raffinatissima e delicata. Ci parla di corpi che fanno fatica, eletti a metafora di una città dove bisogna essere sempre al “top”; corpi stanchi in una giornata normalissima, che vorrebbero mollare ma sono costretti a tenere duro, perché a Milano la stanchezza non è contemplata. Le attrici ci guidano dentro questa fatica, ma anche nella speranza di farcela e nell’idea che, se ci si lascia andare, si può trovare qualcuno pronto a dirci che va bene così. Qualcuno con cui danzare, persino nella paura di fallire.

San Siro Feast Ritual

Si prosegue con San Siro Feast Ritual, di Chiara Arrigoni e Vincenzo Politano, che ci porta direttamente ai piedi del grande colosso milanese. L’indagine dei due autori entra nel vivo della quotidianità di chi anima e lavora ogni giorno intorno allo stadio: i paninari. Sono loro che hanno visto cambiare la zona, che hanno vissuto la violenza delle curve e che da anni sfamano i tifosi. Chiara e Vincenzo sono sul palco e si confrontano: all’inizio emerge la paura di non essere abbastanza credibili per avvicinarsi a una realtà come quella dei paninari di San Siro. Ma le loro domande, le riflessioni e le paure diventano esse stesse spettacolo, mostrando quanto sia complesso entrare in un luogo così ricco di contraddizioni.

I dialoghi in scena sono intervallati dalla proiezione di un ricco documentario in cui gli autori intervistano chi frequenta lo stadio per concerti e partite. Il video diventa un ponte per avvicinarsi alle persone e raccoglierne i vissuti. Al di là del grande mito di San Siro, lo spettacolo parla di sogni: entrare nello stadio fa paura, così come fa paura, per i due artisti, portare avanti le proprie scelte, vivere di teatro e faticare a pagare l’affitto. Ma fa paura a tutti.  Eppure, tra le righe di un necessario pragmatismo lavorativo, emerge una linea poetica fortissima: quella di una giovinezza che continua a sognare e a sperare.

Miracolo a San Siro 

E infine, a chiudere il Festival, troviamo “Miracolo a San Siro” di Filippo Capobianco in collaborazione con Teatro Nume. 

Dieci anni fa a Milano, da un gabinetto è arrivato il mare. Potrebbe sembrare un sogno, o un miracolo, ma è solo l’inizio di una catastrofe. Perché il mare a Milano ha portato distruzione. E il pubblico si trova all’interno di un museo per ricordare tutti coloro che non sono sopravvissuti a questa catastrofe.

Filippo Capobianco è la guida di questo tour, e sempre con il linguaggio della slam poetry ci racconta quello che è successo facendo i nomi di coloro che quel giorno hanno perso la vita. Ecco, può sembrare una storia triste ( e in fondo lo è) ma il tono dello spettacolo ci porta a ridere di una vicenda così assurda, per il suo taglio pungente e i suoi tempi comici. Perché in fondo si può parlare di tutto, anche delle tragedie più grandi, basta saperlo fare. A condividere la scena con lui ci sono Bianca Tortato, Virginia Vanocchi e Stefano Tirantello, componenti di Teatro Nume che completano questo quadretto molto  ben costruito e di grande complicità che fa intravedere una bella sinergia tra le parti.

Questi i quattro spettacoli che ho avuto la possibilità di vedere all’interno del Festival, che ogni anno stupisce sempre di più  per la voglia di raccontare, per la capacità di unire, e la possibilità di narrare Milano attraverso una lente nuova e il desiderio di riscoprire luoghi apparentemente dimenticati.

Le apparenze crollano, i pregiudizi si disintegrano e quello che resta sono le storie e i luoghi che le accolgono.

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