Il malato immaginario: rendere il classico contemporaneo

Andrea Chiodi porta in scena un onirico e quasi delirante malato immaginario, in cui il testo classico sprizza contemporaneità da tutti i pori e diventa cartina al tornasole del nostro presente.

«Che schifo il teatro contemporaneo. Sempre tutti nudi», dichiara Argante prima di spogliarsi ed entrare in una vasca da bagno su cui troneggia una macchina da scrivere.

Le prime parole pronunciate dal protagonista de Il malato immaginario, in scena alla Sala Umberto fino a domenica 1 febbraio, sono una chiara spia dell’indole di questo spettacolo: ironica, satirica, irriverente, spiazzante.

La trama è nota ai più: Argante, vecchio ipocondriaco, diviene vittima di scherzi e raggiri da parte di una sequela di medici che tentano di spillargli fino all’ultimo centesimo, approfittando delle sue paure. Attorno a lui, una famiglia ben strana: una moglie profittatrice tanto quanto i medici, una figlia che vorrebbe sposarsi per amore e non per convenienza, una brillante cameriera che aiuterà la fanciulla in tutti i modi, un fratello che, unico, tenterà di far uscire il “malato” dal suo delirio.

Un lavoro complesso e stratificato, in cui alla pura prosa si alternano momenti onirici, per non dire deliranti – reinterpretazione tutta contemporanea degli intermezzi che si trovano nel testo originale. Classico e ultramoderno si incontrano, cozzano, combattono, ma finiscono per creare un amalgama vincente.

Il malato immaginario

Tindaro Granata è Argante: l’attore passa con nonchalance da un registro comico, quasi buffonesco, a una verve tutta tragica – in particolare nella seconda parte dello spettacolo. 

In un passaggio prettamente metateatrale il malato immaginario si dirige direttamente al pubblico, e incarnandosi in Molière si getta in un’invettiva contro l’arte e la scrittura: parole che attraversano il tempo e interrogano il ruolo che un artista può avere oggi, nella nostra contemporaneità.

Uno straordinario lavoro sul corpo, la fisicità, la voce, per un attore che è abituato a giocare e lavorare sul classico, e torna a farlo in maniera egregia.

Il malato immaginario

Straordinarie le trasformazioni di Lucia Lavia, la cameriera Tonina, che affianca il malato e accompagna i suoi mutamenti. Anche in questo caso, la capacità di alternare i registri, di integrare comico e drammatico, crea un mix perfetto. Un corpo che sprizza energia e domina il palco, dando vita al personaggio che guida le fila della commedia. 

Attorno alla coppia di protagonisti non sono affatto da meno i comprimari: la coppia di giovani amanti, Nicola Ciaffoni ed Emilia Tiburzi, il fratello del malato, Angelo Di Genio, la moglie, Alessia Spinelli, e la coppia dei “cattivi”, i dottori Emanuele ArrigazziOttavia Sanfilippo – nei panni maschili del pretendente Dr. Diarroico.

Il malato immaginario

Gli intermezzi cantati da Ciaffoni e Tiburzi rimangono impressi per la loro potenza – ed è Ciaffoni stesso a eseguirli al pianoforte. L’ennesimo esempio della varietà di stili che trovano spazio nelle due ore di durata della commedia. 

Brillante ed esilarante la figura di Alessia Spinelli, che conquista il pubblico con le movenze del corpo e gli a parte muti che si creano con un singolo movimento di sopracciglia. Ogni singolo movimento dell’attrice scatena risate spontanee.

Angelo Di Genio sembra figura minore, appare come un’ombra passeggera, ma il confronto finale tra lui e il malato è uno dei momenti più forti del testo: a lui spettano le parole più dure, quelle che costringono il protagonista – e in un certo senso il pubblico tutto – a fare i conti con la realtà.

Affascinante il lavoro sui costumi, e l’utilizzo di movimenti coreografici stilizzati come intermezzi che accentuano l’effetto di “gioco dell’assurdo”.

Si tratta forse di una personale forma di idiosincrasia, ma ho apprezzato moltissimo il non vedere microfoni in scena: nonostante l’alternanza tra prosa, musica, canto e coreografia, gli attori recitano (e cantano) senza alcun aiuto, e nonostante ciò il pubblico non perde una battuta. 

Il malato immaginario è uno spettacolo che vale davvero la pena recuperare. Un vero peccato che rimanga in scena per così poco tempo.

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