Il sen(n)o: il corpo come campo di battaglia

Lucia Mascino in Il sen(n)o mette in scena un dubbio amletico: siamo libere di vivere i nostri corpi? 

Alla fine si riduce tutto a questo: chi decide dei corpi delle donne? Siamo libere di fare ciò che vogliamo dell’involucro che ci portiamo addosso tutti i giorni? O c’è qualcos’altro, o qualcun’altro, che decide al posto nostro? Quanto pesa lo sguardo del mondo?

Il sen(n)o, in scena al Teatro Vascello 9, 10 e 11 febbraio, è un monologo complesso, diretto, a tratti quasi violento. Una psicoanalista si trova di fronte una donna che ha permesso a sua figlia, di otto anni, di rifarsi il seno.

Il sen(n)o

«Mamma, io voglio quelle». O meglio: «Mamma, io voglio le tette. Le tette. Le tette. MAMMA IO VOGLIO LE TETTE». Questo gesto produce una serie di conseguenze inaudite, anche se non così assurde.

Un incidente scatenante apparentemente impossibile produce effetti fin troppo reali: il corpo di quella bambina, che ora “ha le tette”, ha il seno – anche se forse non ancora il senno – diviene oggetto di sguardi indesiderati da parte degli uomini. E quegli sguardi diventano gesti, intromissioni, e infine violenze. Violenze che vengono giustificate, sminuite, perché “se l’era cercata”.

Perché una bambina dovrebbe voler trasformare così il proprio corpo? 

Il sen(n)o di Monica Dolan è un testo dirompente, sbatte in faccia al pubblico quanto la nostra società sia impregnata di sessismo e dominata dalle logiche della sessualizzazione sfrenata: come donne, siamo visibili solo se sessualmente appetibili.

Tanto che una bambina desidera un corpo di donna. 

Il gesto davvero incomprensibile è quello della madre. Perché seguire una richiesta infantile, perché non porre un freno a quello che appare come un frivolo capriccio. 

Ma è in quel pervasivo senso di nausea che si prova all’idea di un corpo così piccolo sottoposto a un cambiamento così invasivo – come se non ne accadessero tanti altri e altrettanto spaventosi – che bisogna indagare.

Il sen(n)o

Follia? Certo. Un gesto di follia che svela la realtà con tutte le sue storture.

Il testo spinge in quella direzione, affonda nel malessere e se ne serve per trasmettere un messaggio che è un urlo di protesta.

Le scelte registiche di Serena Sinigaglia sottraggono, più che aggiungere: in scena solo un grande ramo secco, piccoli oggetti – un cellulare, un bicchiere – e il corpo della protagonista. Elemento cruciale è il plico di fogli a cui la psicoanalista continua a tornare: quasi fil rouge del racconto, contengono le dichiarazioni della madre.

Verità? I “fatti”? Forse. Ma più il racconto procede, più è chiaro che parlare di oggettività in un caso simile è pressoché impossibile.

Lucia Mascino regge il palco completamente sola, è viva, potente. Sembra lasciarsi trascinare e coinvolgere dal testo, lo vive direttamente sulla propria pelle. 

Come la protagonista è trascinata dentro la storia della propria paziente e della figlia, così l’attrice che la interpreta scivola in quel mondo allucinante. 

E lo stesso accade al pubblico. 

Non credo possa essere altrimenti per nessuna donna.

Ancora una volta, un testo che dovrebbe essere diffuso ovunque. Tre soli giorni in teatro sono davvero un peccato.

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