Il Sociale di Novi di Modena: un nome disperso tra le macerie

La storia del Teatro Sociale di Novi di Modena, un nome cancellato dalla furia del sisma.

Chiamarsi per nome, distinguersi dagli altri, riconoscersi nel suono della propria identità: esiste forse un patrimonio più prezioso?

Sono millenni che la questione attanaglia le menti umane, alla costante ricerca di un bene supremo da possedere. Un’eredità, quest’ultima, senza immagine né forma, contesa tra chi ne quantifica un valore concreto e chi ne qualifica un’astratta valenza.

Unico comun denominatore è la potenza, la ricchezza immensa che darebbe al possessore, finalmente in grado di comprovare la sua superiorità.

Tante le filosofie coinvolte e altrettanti i volti illustri impegnati nell’indagine.

Eppure, ad oggi, nessuno sembra aver dato risposta alla domanda.

È un mistero destinato a restare insoluto, a quanto sembra, a meno che non si decida di guardare nella direzione giusta.

O meglio, dove nessuno ha mai guardato prima.

È abitudine comune cercare la ricchezza fuori dalla propria sfera, lontano da ciò che si ritiene acquisito.

Perché la ricchezza è qualcosa in cui credere, sperare, per cui sudar sangue nel tentativo di accaparrarsene un pezzo. Non sembra possibile che la ricchezza sia già attorno a noi, proprio tra le cose date per scontate. Invece, è solo tra queste che si cela la differenza, la particolarità inquantificabile che decreta l’unicità del suo possessore.

E quale ricchezza lascia il segno più profondo ai posteri, se non il proprio nome?

Cosa fa vivere e cosa fa sopravvivere oggetti e persone, se non il nome che gli viene dato?

Un nome è la testimonianza di un’esistenza, un certificato senza il quale niente esiste davvero.

Dunque, cosa accadrebbe se un nome sparisse?

Se fosse cancellato dal peso del tempo o sradicato a forza dal corpo che lo possedeva?

A darcene risposta è un luogo, più precisamente un teatro, sospeso in un limbo tra la vita tangibile e la scomparsa imminente. Avere il suo nome era l’unica eredità che gli restava, ma da quasi nove anni, il vecchio Teatro Sociale di Novi di Modena ha perso anche quella.

Posto in un angolo di viale Martiri della Libertà, il Teatro Sociale di Novi di Modena sorge al centro di un paese martoriato, pesantemente colpito dal terremoto che scosse l’Emilia-Romagna nel 2012.

Tra le province maggiormente interessate, quella modenese contò il più alto numero di vittime, stimando danni irreparabili al patrimonio artistico e infrastrutturale.

La violenza del sisma, come riportato da tutte le cronache nazionali, causò la perdita di meravigliosi edifici storici e portò immediatamente alla chiusura dei palazzi sopravvissuti.

In tale gruppo rientrarono proprio i teatri, miracolosamente scampati alla furia della terra ma dichiarati inagibili dalle autorità competenti.

Si fermarono così intere stagioni, tournées e progetti di riqualifica, in attesa di un miglioramento mai arrivato davvero.

Da sempre casa dell’arte italiana, l’Emilia-Romagna è costretta ancora oggi a tenere sotto “sequestro” decine di teatri, per mancanza di fondi destinati ai restauri o scarso interesse per il recupero di edifici non a norma.

Tra questi trova spazio anche il Teatro Sociale di Novi di Modena, già piegato da un abbandono ventennale e finito col colpo di grazia dalle scosse del 29 maggio 2012.

Sebbene ne resti poco più di un rudere rossastro, il Teatro Sociale di Novi conserva tutt’ora la sua eleganza d’inizio Novecento.

Inoltre, le pareti ancora tremolanti trasudano la storia di un’intera comunità, da sempre appassionata all’arte teatrale.

La vita del Teatro Sociale di Novi di Modena ha inizio negli anni Venti del Novecento.

Come il resto delle popolazioni emiliane nell’area compresa tra Ferrara e Modena, anche i cittadini novesi intrattenevano un florido legame con l’arte del palcoscenico.

Novi di Modena riceveva la visita delle compagnie teatrali itineranti fin dal Settecento, tuttavia, essendo sprovvista di uno spazio atto a ospitarle, concedeva le sue piazze per l’allestimento degli spettacoli.

Dopo secoli di rappresentazioni all’aperto, però, la situazione inizia a cambiare e l’amministrazione comunale si pone l’obiettivo di modernizzare il paese.

L’idea di costruire un teatro stabile a Novi di Modena si fa largo agli inizi del XX secolo, sulla scia del successo ottenuto dal neonato Teatro Comunale di San Felice sul Panaro.

L’opera dell’architetto Arturo Prati, infatti, attirava pubblico da tutto il ferrarese e si accingeva a diventare un punto di riferimento culturale anche per i comuni del modenese.

Al fine di risolvere il campanilistico problema, le autorità novesi approvano la costruzione del futuro teatro e ne affidano il progetto all’architetto Pietro Pivi.

Nato e vissuto a Novi di Modena, Pivi conosceva il territorio alla perfezione e agli occhi dei suoi concittadini rivestiva il carattere di un’istituzione.

Infatti, proprio Pivi stava supervisionando il restauro dell’antica torre dell’orologio ed intendeva prender spunto dai gusti dei novesi per realizzare il suo teatro.

Nel 1923 viene aperto il cantiere e la squadra dell’architetto Pivi si mette al lavoro, seguendo i disegni messi a punto dal capomastro.

Nel giro di qualche anno, gli ultimi ritocchi sono ultimati e il Teatro Sociale è già pronto all’apertura.

Con la cerimonia d’inaugurazione del 1929, il Teatro Sociale di Novi di Modena può finalmente aprire le sue porte al grande pubblico.

La sala si presentava come un tipico teatro all’italiana, finemente decorata coi motivi tipici dell’epoca e del territorio.

L’architetto Pivi, infatti, s’era ispirato alla secolare passione dei novesi per la lirica e l’aveva tradotta in una struttura che fosse conforme alla tradizione.

Lo schema architettonico mostrava evidenti somiglianze con quello adottato a San Felice sul Panaro e ne riprendeva tanto la facciata tripartita quanto la disposizione degli interni.

Dall’esterno, il Teatro Sociale di Novi di Modena permetteva l’accesso agli avventori con tre ingressi sul lato nord, fiancheggiati da altre due porte sulle volumetrie di destra e sinistra.

Una sobria cornice marcapiano decorata con fregi ad archetti pensili scandiva la suddivisione verticale dell’edificio, anticipando le loggette balaustrate che chiudevano le tre finestre a volta del lato nord.

Sulle volumetrie laterali, invece, campeggiavano delle trifore con colonnette simil doriche, i cui davanzali riprendevano il fregio della cornice marcapiano.

Chiudeva la composizione un frontone spartano con l’iscrizione Teatro Sociale, anticipato da un altro fregio ad archetti pensili alla sua base.

Dai tre ingressi principali si accedeva all’elegante atrio con biglietteria, riccamente decorato con affreschi e motivi in stile tardo-Liberty.

Elementi in stucco abbellivano gli angoli di tutte e quattro le pareti, mentre coppie di tendaggi in velluto rosso fungevano da varchi per la platea e le scale.

Nel complesso, il Teatro Sociale di Novi di Modena contava tra i 400 e i 500 posti totali, suddivisi tra platea, due gallerie superiori e loggione.

Di palchi se ne contavano appena 12, più precisamente 6 per ogni lato, disposti in verticale ai lati del palcoscenico e in corrispondenza delle prime file in platea.

Le gallerie erano scandite da colonnette in ghisa dipinte in oro, mentre le pareti frontali erano abbellite da motivi fitomorfi e maschere in rilievo.

La bocca di scena era uno degli elementi più caratteristici della struttura, decorata splendidamente con un fregio floreale dai colori sgargianti e due puttini al centro che sorreggevano l’orologio.

Tuttavia, a meravigliare gli spettatori era senz’altro il soffitto circolare, riccamente affrescato con motivi Liberty inneggianti all’arte del teatro.

Gli affreschi convergevano ad un oculo centrale, dal quale pendeva il lampadario elettrico che illuminava l’intera sala.

Gli artisti che si esibivano al Teatro Sociale di Novi di Modena potevano contare su un ampio retropalco per apporre strumenti e scenografie, inoltre, cambi d’abito e colpi di scena erano agevolati da un sottopalco direttamente accessibile dalle quinte.

Pur nelle sue modeste dimensioni, il Teatro Sociale di Novi era un vero gioiello dell’arte incastonato nella provincia.

Fin dai suoi primi anni d’attività, il Teatro Sociale di Novi di Modena ospita spettacoli d’ogni genere con ottimi risultati di pubblico e critica.

A dominare la scena è soprattutto la Lirica, genere di punta in tutto il modenese, seguita dall’Opera e dalla Prosa.

Si tengono, ad ogni modo, anche serate di concertistica e iniziative culturali di vario tipo per aggregare la comunità novese.

Le produzioni del Teatro Sociale di Novi superano indenni gli sconvolgimenti politici e sociali degli anni Trenta, continuando a servire la cultura modenese fino al secondo conflitto mondiale.

Nonostante i bombardamenti a tappeto e i combattimenti casa per casa, il Teatro Sociale di Novi di Modena sopravvive ed esce indenne dalle devastazioni della guerra.

Dalla fine degli anni Quaranta, infatti, la struttura può riaprire al pubblico e si avvia verso un periodo d’ammodernamento.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta la sala viene attrezzata per ospitare proiezioni cinematografiche e in corrispondenza del loggione viene realizzata una piccola cabina di regia, dove trova posto una cinepresa a pellicola.

Così, il Teatro Sociale di Novi si adegua alle nuove forme d’intrattenimento di massa e prosegue con l’alternanza teatro-cinema fino alla metà degli anni Ottanta.

Come si evince dalle cronache dell’epoca, il rogo del cinema Statuto di Torino nel febbraio 1983 causa un giro di vite in tutti i locali di pubblico spettacolo, rendendo le norme di sicurezza molto più stringenti.

La gestione del Teatro Sociale di Novi, in mano privata, non poteva permettersi il sostentamento dei costi di riqualifica.

Inoltre, la costruzione di nuovi cinema e spazi culturali più moderni rendeva sempre più difficile l’attività dei teatri privati.

A causa di una concorrenza a dir poco spietata e restauri necessari ma impossibili da sostenere, i proprietari del Teatro Sociale di Novi di Modena si arrendono.

Nel giro di poco tempo, con la stessa repentinità con cui era nato dal nulla, il Teatro Sociale di Novi chiudeva le porte per sempre.

A partire dagli anni Novanta, il Comune di Novi di Modena tenta il salvataggio del suo Teatro Sociale.

Caduto in disuso già da alcuni anni, l’edificio necessitava di importanti ristrutturazioni, al fine di preservare la sua stabilità e la sicurezza dei palazzi sortigli accanto nei decenni.

Perciò, l’amministrazione avvia le pratiche necessarie per l’acquisto dell’immobile e nel 1995 il Teatro Sociale viene ufficialmente rilevato dalla storica gestione privata.

Tuttavia, nonostante i nobili intenti, il Comune non era in grado di sostenere le spese di riqualifica.

Le richieste di fondi pubblici e regionali si accumulano ma ognuna di esse si perde nella burocrazia, condannando il Teatro Sociale di Novi a uno stato d’abbandono sempre più grave.

Una mattina di primavera però, dopo un altro decennio di silenzi e indifferenza, tutte le speranze crollano.

Quel 29 maggio 2012, Novi di Modena è travolta da un sisma che provoca distruzioni immani in campagna e nel centro storico.

Alla prima scossa, quantificata in 5.8 gradi scala Richter, ne segue un’altra di magnitudo 5.2 che sventra gli edifici e provoca una vittima.

Lo sgomento è tanto, ma non c’è nemmeno il tempo di metabolizzarlo.

Infatti, il 3 giugno dello stesso anno, Novi di Modena diventa l’epicentro di un ultimo devastante sisma, la cui potenza oscilla tra le magnitudo 4.8 e 5.1 scala Richter.

Le opere dell’architetto Pivi rappresentano i primi segni evidenti della furia sismica.

La settecentesca torre dell’orologio, già scarnificata dal terremoto del 29 maggio, cola a picco sotto il peso dei suoi danni.

Al contempo, il Teatro Sociale non crolla ma gli imponenti crepacci creatisi nei muri portanti lo rendono del tutto pericolante.

Novi di Modena diventa così zona rossa e l’intera area del Teatro Sociale viene transennata.

Nel frattempo, la Protezione Civile appone ponteggi e putrelle alla facciata del teatro per scongiurare eventuali cedimenti e provvede alla rimozione d’ogni arredo e attrezzeria rimasti all’interno.

Senza che se ne potesse accorgere, il Teatro Sociale di Novi di Modena diventava la tomba di sé stesso.

A distanza di quasi nove anni da quei giorni di terrore, Novi di Modena è un paese ferito.

Privato dei suoi simboli e strappato a forza dalla sua storia, il Comune del modenese cerca la rinascita scavando nelle sue macerie e progettando nuovi spazi per conservare la memoria di ciò che fu.

La torre dell’orologio non svetta più sui tetti delle case: al suo posto un misero spazio vuoto, mutilato, avvolto ancora dai contrafforti.

Del Teatro Sociale, invece, restano solo rovine silenti.

Non c’è più nessun frontone a campeggiare sulla cima della facciata: assieme a gran parte dei fregi esterni, si è sgretolato durante le scosse del 29 maggio, cancellando per sempre l’iscrizione che portava.

Gli interni sono avvolti da polvere e ragnatele, mentre i pochi tendaggi di velluto rimasti si sono scoloriti sotto i morsi della muffa.

Resta però la bellezza dei colori, l’eleganza straordinaria del soffitto circolare e degli affreschi nel buio dell’atrio.

Resta anche il quadrante dell’orologio, le cui lancette segnano ancora l’ora esatta della sua sconsacrazione.

Dal 2012 ad oggi, la cittadinanza novese ha provato in mille modi a sensibilizzare le istituzioni, partecipando a laboratori teatrali e raccolte fondi per ridare a Novi di Modena lo spazio culturale perduto.

Eppure, ogni tentativo si è rivelato vano e il Teatro Sociale giace ancora sui suoi stessi calcinacci.

Se il Teatro Sociale di Novi di Modena risponde ancora al tatto ed alla vista, la sua esistenza appare sorda a tutto il resto.

Le rovine di questo tempio dell’arte sono l’emblema di chi ha perso tutto, di chi ha visto sfumare i sogni e le speranze di una vita, di chi ha sofferto il furto della propria identità.

Perché il Teatro Sociale di Novi potrà pure possedere un corpo, ma nel labirinto di un’Italia dispersa tra i suoi problemi, resta pur sempre un loculo anonimo tra i tanti.

Avere un nome, sapersi riconoscere nel tempo che scorre, è forse la fortuna più grande che esista.

E il vecchio Teatro Sociale di Novi di Modena, che quel nome l’ha visto cancellarsi a poco a poco, ce lo ricorda ogni giorno che passa.

Simone Bodini

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