L’Angelo del focolare: la nostra recensione

“L’angelo del focolare”: il rituale feroce della violenza secondo Emma Dante

L’angelo del focolare 
testo, regia, scene e costumi Emma Dante 
luci Cristian Zucaro 
con La moglie Leonarda Saffi  Il marito Ivano Picciallo Il figlio David Leone La suocera Giuditta Perriera
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma organizzazione Daniela Gusmano 
Coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Châteauvallon-Liberté, scène nationale, Les Célestins, Théâtre de Lyon, La Comédie de Clermont-Ferrand, Scène Nationale d’ALBI-Tarn, Le Cratère, Scène nationale Alès, L’Estive, scène nationale de Foix et de l’Ariège, Théâtre + Cinéma Scène nationale Grand Narbonne, Théâtre de l’Archipel, scène nationale de Perpignan, Théâtre Molière, Sète scène nationale archipel de Thau, Le Parvis, scène nationale Tarbes-Pyrénées, Compagnia Sud Costa Occidentale, Carnezzeria 

Immagine dello spettacolo

Martedì 3 marzo il palcoscenico del Teatro Amilcare Ponchielli si è trasformato in una casa sospesa tra quotidianità e incubo con L’angelo del focolare, lo spettacolo scritto e diretto da Emma Dante

Un lavoro denso, in cui la regista costruisce una partitura scenica crudele e ipnotica sulla violenza domestica

lo spettatore viene trascinato dentro un ciclo che sembra non concedere alcuna via di fuga. La vicenda prende forma dentro una famiglia apparentemente ordinaria. Un giorno, l’abituale violenza del marito sulla moglie si trasforma in femminicidio: l’uomo le spacca la testa con un ferro da stiro. La donna resta a terra, morta. Ma la morte non basta.

Immagine dello spettacolo

Da quel momento la scena si trasforma in un meccanismo rituale, quasi liturgico. 

Come un angelo del focolare imprigionato nel ruolo domestico che la società le ha imposto, la donna è costretta a rialzarsi e a ricominciare. Ogni mattina si rimette in piedi e riprende la sua giornata: pulire la casa, cucinare, accudire l’anziana suocera, servire marito e figlio. Ogni sera la violenza si abbatte di nuovo su di lei, improvvisa e brutale, e la uccide ancora.

L’irruzione continua e improvvisa dell’aggressività rende lo spettacolo perturbante.

La violenza non appare come un’eccezione, ma come una presenza latente pronta a esplodere da un momento all’altro.

Il dispositivo drammaturgico di Emma Dante insiste sulla ripetizione trasformando la vita familiare in un girone infernale come scrive la stessa regista:

Ogni mattina, i familiari la trovano morta e non le credono. Ogni mattina lei si rialza, apre la moka, chiusa troppo stretta, e ricomincia a subire la violenza del marito, la depressione del figlio, l’impotenza della suocera che anziché condannare il figlio brutale e dispotico, lo compatisce. 

Immagine dello spettacolo

Tra le scene più emblematiche vi è quella in cui il padre tenta di insegnare al figlio come diventare “uomo” e come conquistare le donne. È una sequenza volutamente insistita, quasi caricaturale; l’uomo mette in scena una mascolinità stereotipata ed aggressiva trasformando la seduzione in un atto di dominio. La scena sfiora il ridicolo, e proprio per questo diventa rivelatrice. Nel tentativo di trasmettere al figlio un modello virile, il padre espone tutta la fragilità e l’assurdità di una cultura maschilista che si perpetua di generazione in generazione.

Al centro dello spettacolo emerge inoltre la distanza radicale tra la memoria del marito e quella della moglie sul momento in cui si sono incontrati. Per lui quell’incontro rappresenta una sorta di conquista: è convinto che fosse lei a voler “diventare femmina”, come se il desiderio della donna fosse stato naturalmente subordinato al suo. Nella narrazione distorta si intravede tutta la logica del possesso che struttura il suo rapporto con la moglie. La donna, al contrario, appare schiacciata dentro un racconto che non le appartiene più, privata persino della possibilità di raccontare la propria storia.

Immagine dello spettacolo

Questa logica di dominio emerge con violenza anche nelle parole del marito che dichiara apertamente quale dovrebbe essere il ruolo della moglie: rispondere sempre e solo “sì, sì” al marito, senza opporsi, senza discutere. In questa battuta, apparentemente semplice, si condensa l’immagine di una società malata, fondata sull’obbedienza e sulla subordinazione femminile.

Il microcosmo familiare rappresentato in scena diventa così il riflesso di una struttura culturale più ampia, in cui la violenza si nutre di stereotipi e di rapporti di potere consolidati.

Tra i personaggi, nessuno ha un nome: sono semplicemente la Moglie, il Marito, il Figlio e la Suocera. Questa scelta rafforza il valore universale della storia, suggerendo che ciò che accade in scena potrebbe accadere ovunque.

La scenografia contribuisce in modo decisivo alla costruzione di questo universo chiuso. Lo spazio domestico appare essenziale e soffocante, immerso in una penombra costante. La casa sembra trattenere i personaggi al suo interno, come se le pareti stesse fossero complici della violenza che vi si consuma. 

Immagine dello spettacolo

Emma Dante non concede consolazioni né soluzioni narrative: lo spettatore resta intrappolato nello stesso circuito di gesti e violenze che domina la vita dei personaggi. 

È un teatro che non cerca la commozione facile, ma produce disagio e consapevolezza, costringendo chi guarda a riconoscere quanto la violenza possa nascondersi dentro la normalità.

L’ultima immagine dello spettacolo è di forza lirica. Nella penombra di una casa addormentata, la donna rimane sola. L’angelo del focolare scuote i lembi della vestaglia e prova a volare. È un gesto fragile, disperato, che contiene insieme desiderio e impossibilità. Il volo non avviene davvero: le è concessa soltanto l’intenzione. Ed è in quell’intenzione mancata che si concentra tutta la tragedia dello spettacolo.

Immagine dello spettacolo

Con L’angelo del focolare, Emma Dante firma un lavoro duro e necessario

la scena domestica si trasforma in una metafora potente della violenza di genere e dei meccanismi culturali che la alimentano. Al Ponchielli il pubblico non assiste soltanto a una storia, ma a un rituale teatrale spietato, dove la ripetizione diventa denuncia e il silenzio finale pesa quanto un grido.

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