Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde: quando cerchi qualcun altro e finisci per trovare te stesso.

Entrare al Teatro Vascello per vedere “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” significa dimenticare, almeno per un po’, tutto quello che pensiamo di sapere su Jekyll e Hyde.

La drammaturgia di Federico Bellini, la regia di Fabio Condemi e la presenza in scena di Christian La Rosa prendono infatti la storia di Stevenson e la spostano altrove: non ci troviamo davanti alla solita rappresentazione del medico e del suo alter ego, ma dentro un’indagine.

Jekyll and Hyde

Al centro c’è Utterson, che cerca di ricostruire il caso e, soprattutto, di dare un corpo e una presenza a qualcuno che sembra continuamente sfuggirgli. Ed è proprio questa ricerca a guidare lo spettacolo.

La scena di “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” è essenziale, quasi chirurgica. C’è una stampante che all’inizio restituisce fascicoli, documenti, pezzi di una storia che Utterson sta cercando di ricomporre. Poi, lentamente, qualcosa cambia: durante quelli che sembrano momenti di distrazione, il protagonista appoggia prima il viso e poi le mani sullo scanner, che restituisce immagini deformate dal contatto con la superficie. Così, quasi senza accorgercene, è il suo stesso corpo a lasciare una traccia. E più Utterson cerca di ricostruire la storia di qualcun altro, più ciò che trova sembra riguardarlo da vicino.

Christian La Rosa attraversa progressivamente, e in maniera magistrale, una metamorfosi che passa dalla mente al corpo. Cambiano il modo di stare nello spazio, l’energia, lo sguardo ed è proprio questo a rendere interessante la trasformazione: la vediamo accadere poco alla volta, mentre il confine tra chi sta indagando e ciò che sta cercando diventa sempre più sottile.

E poi arriva il gin.

Un bicchiere dopo l’altro, quello che all’inizio sembra quasi un semplice elemento della scena diventa qualcosa di diverso. Più beve, più sembra cedere terreno a una parte più scura, istintiva e incontrollabile. Non c’è un momento preciso in cui tutto cambia: la trasformazione si insinua lentamente, fino a diventare impossibile da ignorare.

Nel frattempo, Utterson continua a parlare con Poole, una presenza che non vediamo ma che sembra diventare sempre più necessaria. Un interlocutore che accompagna la sua ricerca e che, in qualche modo, finisce per diventare anche uno specchio. Poole non è semplicemente qualcuno a cui raccontare la storia: sembra essere necessario perché Utterson possa continuare a raccontarsi e, forse, arrivare a capire chi è.

Verso la fine, anche il corpo di La Rosa sembra improvvisamente non coincidere più con quello che avevamo imparato a riconoscere. Gli abiti sembrano appartenere a qualcun altro, quasi fossero diventati troppo grandi, e il rapporto tra corpo, spazio e identità si fa ancora più straniante. Lo spettatore deve mettere insieme da solo i pezzi, proprio come ha fatto Utterson per tutto lo spettacolo.

“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” non vuole dunque essere uno spettacolo sul mostro che vive dentro un uomo, quanto uno spettacolo sulla difficoltà di capire dove finiamo noi e dove comincia quella parte di noi che preferiremmo non vedere. Ed è forse anche per questo che la storia di Jekyll continua a funzionare ancora oggi. Perché tutti, almeno una volta, abbiamo cercato di nascondere qualcosa: una parte di noi, un desiderio, una paura, una versione di noi che non volevamo mostrare.

Utterson cerca per tutto il tempo qualcun altro. E più lo cerca, più diventa difficile capire se lo stia davvero trovando fuori da sé.

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