In scena al Teatro Vascello fino a domenica 8 febbraio, Misurare il salto delle rane mette in scena la complessità dei rapporti quando su di essi si aggira l’ombra del lutto.
Come si affronta il lutto? È possibile andare avanti quando accade l’inimmaginabile? Ci sono parole per esprimere quel dolore?
Misurare il salto delle rane, ultima opera di Carrozzeria Orfeo, per la regia di Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti, si interroga proprio su questo.
Un piccolo villaggio immerso in una palude. Tre donne, di età, esperienza, indole diversa. Due di loro sono incastrate da quindici anni in un circolo vizioso di dolore e rimpianto, incapaci di superare una morte tremenda e inspiegabile. La terza arriva in questo luogo strano, lontano, immerso tra le nebbie, portando un messaggio in una bottiglia. La risoluzione di quel mistero lontano, forse. O forse solo un altro tassello dell’intricato puzzle che sono i rapporti umani.

Iris – la forestiera, interpretata da Noemi Apuzzo – scuote equilibri precari, che mantenevano le altre due sospese di fronte a un baratro fatto di anniversari dolorosi e silenzi ricchi di risentimento e non detti. Lei stessa sembra fuggire dalla sua vita – una vita solo apparentemente perfetta, in cui tra le pieghe si intravede la sofferenza. Dare un senso al messaggio nella bottiglia diventa il motore dell’azione, per spezzare la routine e forse dare una svolta definitiva alla sua esistenza. Apuzzo è delicata, mai eccessiva – anche se rivela un’energia imprevista nel finale, che vira verso il grottesco lasciando il pubblico stordito – voce narrante e quasi bussola morale del testo.
Chiara Stoppa (Betti) ed Elsa Bossi (Lori) hanno una sinergia invidiabile: le loro dinamiche sono credibili e toccanti, attirano chi guarda dentro quella relazione fatta di parole non dette.

Stoppa ha un’energia vulcanica e una comicità del tutto spontanea, che rendono impossibile non affezionarsi al personaggio di Betti: una donna (di “trentasette anni, 38 ad Aprile”) rimasta bambina, preda di impulsi che non è in grado di controllare. Chiusa in un dolore che non sa esprimere, riversa tutto in una fisicità esagerata e fuori dalle righe, che riesce a risultare comica anche mentre tocca temi scabrosi. È difficile trattare con attenzione la fragilità psichica e mentale: questo testo riesce a farlo senza per questo risultare didascalico, trasformando il pianto in riso. A volte, l’unico modo per rimanere a galla è davvero “misurare il salto delle rane”.
Nelle sue parole, apparentemente le più semplici, si nascondono sottotesti dolorosi, e quei “maschi prepotenti” che a lei non piacciono affatto si riveleranno più veri e pericolosi di quanto il suo piccolo mondo sembri credere.
Il personaggio di Elsa Bossi, Lori, è forse il più sfaccettato, quello che nel corso dello spettacolo rivela la complessità maggiore. Non solo una vecchia burbera e respingente, ma un donna che si porta dentro ferite profonde con le quali non è ancora riuscita a fare del tutto i conti. L’energia è trattenuta, si carica, carica, carica, fino a esplodere nello scambio con Betti, che arriva poco prima della fine dello spettacolo.
In un’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio, questo triangolo sbilenco si compone e si riassesta, tra dialoghi violenti e pieni di pathos e scambi comici che alleggeriscono l’aria creando un buon equilibrio tra commedia e dramma.
Un testo – la drammaturgia è di Gabriele Di Luca – a cui sarebbe bello tornare per poterne afferrare tutte le sfumature.
È in scena ancora fino all’8 febbraio. Andate a vederlo, supportate il teatro indipendente.
