Poveri cristi: Ascanio Celestini e la denuncia politica

Ascanio Celestini con il suo Poveri Cristi racconta le storie di chi non ha voce. 

Una porta, due luci, due sedie. Il palco è buio, appaiono due uomini. Uno ha in mano una fisarmonica. A cosa servono queste cose? A nulla, afferma Celestini. Gli oggetti in sé non hanno nessun significato. 

Poveri Cristi

Nel teatro contemporaneo, spesso ciò che appare in scena non serve. Il teatro di narrazione vive di riduzione, di assenza di scenografie, di palchi vuoti. Una forma non semplice da sostenere, ma in questo caso siamo di fronte a uno dei suoi maestri. E il risultato è di livello altissimo.

In Poveri cristi, nulla ha un significato, se non le parole stesse di Celestini, che riesce a coinvolgere il pubblico in una narrazione intima e personale. Non sembra di star assistendo a una rappresentazione, ma di star chiacchierando con un amico, che ricostruisce un percorso, una ricerca personale, la nascita di un’opera che non è solo artistica, ma diviene strumento di denuncia sociale e politica.

L’idea alla base è intrigante: uno spettacolo che nasce da un romanzo, e che cambia ogni sera. Un amalgama di storie, tra le quali Celestini ne seleziona alcune per ogni replica – o forse no, ma il dubbio rimane.

Due storie, una serie di personaggi, che si incrociano, tornano, entrano ed escono dalla narrazione, assumono più o meno importanza. Celestini divaga, apre parentesi senza sosta, sembra perdersi tra i rivoli di un discorso che fluisce veloce e quasi sconclusionato. Eppure, in un attimo riprende il filo, torna al suo focus, fulmina il pubblico con battute glaciali.

L’obiettivo finale di Celestini con Poveri Cristi è raccontare le storie di chi non ha voce: perché non ha potuto formarsene una, o perché non è consapevole dell’importanza di raccontare la propria storia.

Nel racconto si intrecciano razzismo, sessismo, violenze di varia forma, che il performer riesce a trasmettere con i toni giusti, dimostrando che non è affatto vero che “non si può più dire niente”, e che, al contrario, un testo ben scritto e ben presentato può affrontare tematiche tremende senza timore.

Celestini è veloce, scattante, richiede attenzione al suo pubblico: distrarsi vuol dire perdere dei pezzi del racconto, e nessuno vuole perderseli. L’effetto è palpabile: chi guarda segue, con attenzione e coinvolgimento, e la partecipazione è attiva. Frequenti sono gli scoppi di risa, ma un sottofondo amaro emerge lentamente mentre le storture del mondo descritto si fanno più evidenti.

L’elemento di denuncia politica e sociale si fa sempre più forte, esce dai confini dello spettacolo: le parole finali di Celestini ricordano che non ha paura di esporsi e pronunciarsi anche su temi di incredibile attualità. 

E mentre le luci si riaccendono e si lascia la sala, il suo “spettacolo più breve del mondo” rimbomba nelle orecchie, ultimo fulmine a ciel sereno.

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