Quando Whitney Houston doveva essere Cenerentola

Una favola classica con un cast multietnico

Le favole e le fiabe hanno sempre avuto una grande influenza nei media odierni. Adattamenti dei racconti che tutti noi ricordiamo esistono dall’inizio dei tempi, con diverse versioni delle stesse storie.

Adattamenti a volte decisamente cupi. Molti di noi ricorderanno di essersi fatti raccontare da bambini la favola di Cenerentola, o quella di Biancaneve, ma molto probabilmente la versione della storia che avete sentito è quella più “family friendly”. Sapevate, ad esempio, che nella favola originale le sorellastre di Cenerentola, per far entrare il proprio piede nella scarpetta, si tagliavano delle dita? O che nel finale di “Biancaneve” la matrigna era costretta a indossare scarpe di ferro arrovellate sul fuoco? Dettagli che decisamente nessuno vorrebbe raccontare a un bambino.

Ma queste prime trasformazioni non sono state le ultime subite dalle storie che tutti noi amiamo. Cosa dire di tutti gli adattamenti cinematografici, animati e non, ispirati alle fiabe classiche? Come dimenticare, in particolar modo, gli adattamenti della Disney?

Grazie al loro potere mediatico e alla loro diffusione, queste sono forse le versioni delle fiabe che tutti noi conosciamo meglio. Motivo per cui, ad esempio, molti sono tuttora convinti del fatto che “La sirenetta” sia una storia a lieto fine.

La Disney stessa, poi, è ritornata sulle proprie storie diverse volte nel corso degli anni. La grande quantità di remake usciti negli ultimi anni sono solo l’ultima deriva di una pratica di riuso e rilettura che la casa che ha creato Topolino porta avanti da anni.

“Rodgers & Hammerstein’s Cinderella”, conosciuto anche semplicemente come “Cenerentola”, ne è un esempio.

Nel 1957 i due compositori Rodgers e Hammerstein, conosciuti per opere come “Tutti insieme appassionatamente” e “Oklahoma!”, scrissero un musical pensato per essere trasmesso dalla rete televisiva CBS. Il musical si basava sulla fiaba “Cenerentola” di Charles Perrault ed era pensato per l’attrice Julie Andrews. In quel periodo la donna aveva ottenuto il successo a Broadway grazie alla sua performance in “My Fair Lady”.

La messa in onda del programma avvenne dal vivo il 31 marzo 1957, con più di 100 milioni di spettatori. Non solo: il programma ottenne ottime recensioni e ricevette 3 nomination agli Emmy Award, uno dei quali per l’interpretazione della Andrews.

Un successo probabilmente inaspettato: la CBS non aveva infatti pensato a rimandare in onda il programma. La rete televisiva mise in scena nel ’65 un’altra versione del musical più vicina alla storia originale, con protagonista Lesley Ann Warren. Questa trasmissione andò in onda annualmente dal 65 al 72.

Il successo della trasmissione con la Andrews portò, già nel 1958, alla messa in scena a teatro di questo spettacolo. I diversi adattamenti che seguirono aggiunsero e tolsero liberamente brani tratti da altri musical. Ricordiamo in particolar modo un tour asiatico con protagonista Lea Salonga e una produzione tutta al femminile messa in scena in Giappone nel 2008.

“Cenerentola” arrivò a Broadway, però, solamente nel 2013. Questa versione ha una storia molto più complessa, con un sotto testo politico e altre canzoni tratte dal catalogo di Rodgers e Hammerstein. Laura Osnes interpretava Cenerentola, Santino Fontana il principe Topher. Questa produzione fu riproposta diverse volte negli anni successivi.

Un musical tratto da una fiaba, una forma di narrazione che si adatta al passare del tempo, a sua volta rimaneggiato diverse volte nei decenni a venire.

La versione di “Cenerentola” di cui parliamo oggi è un film per la TV del 1997, ulteriore adattamento del musical di Rodgers e Hammerstein.

L’idea di rifare “Cenerentola” per la seconda volta era nata già nel 92, e nel 93 si pensava ad una versione con protagonista Whitney Houston. Negli anni successivi la cantante ricevette però diverse offerte filmiche, a causa del successo ottenuto con “La guardia del corpo”.

cenerentola
(https://disney.fandom.com)

Nuovo interesse nel progetto nacque quando nell’equazione entrò la Disney. La casa di produzione voleva usare questo programma per rilanciare “The Wonderful World of Disney”, una raccolta antologica che è andato in onda dal 54 con diversi nomi. Al momento l’etichetta è usata per indicare tutti gli speciali della Disney che vanno in onda sulle maggiori reti televisive.

Quando si tornò a parlare del progetto, la Houston credeva di non essere più adatta al ruolo, dopo il matrimonio e la nascita di sua figlia Bobbi Kristina Brown (morta tragicamente nel 2015, tre anni dopo la madre).

A questo punto alla Houston venne offerto il ruolo della Fata Madrina. L’artista accettò e venne coinvolta nel progetto come produttrice. Fu la Houston a proporre come protagonista Brandy, una sua amica.

La ragazza era principalmente conosciuta come artista musicale, e fu la prima attrice di colore ad interpretare la principessa sullo schermo.

A seguito di questo casting si scelse anche il resto degli attori secondo un principio di diversità razziale, sperando in questo modo di rendere il film più “universale” e interessante per bambini di tutte le etnie. Oltre a ciò la scelta rifletteva, secondo i creatori del progetto, un’immagine molto più fedele della società americana negli anni 90.

Il principe Cristopher è interpretato da Paolo Montalbàn, un attore di origine filippina nel suo debutto in un film. Nella parte di sua madre, la regina Costantina, la grande Whoopi Goldberg, affiancata da Victor Gaber nella parte del re. La matrigna di Cenerentola ha il volto di Bernadette Peters, grande interprete di Broadway. Le sorellastre di Cenerentola, sono interpretate da Veanne Cox e Natalie Desselle-Reid, attrice di colore morta l’anno scorso a seguito delle complicazioni del cancro. Completa il cast Jason Alexander nel ruolo di Lionel, personaggio comico creato appositamente per il film.

Particolarmente degna di nota anche la partecipazione di Rob Marshall come coreografo.

L’uomo, per anni conosciuto appunto come grande coreografo di Broadway, si è affermato nel 2002 come regista con l’uscita del film “Chicago”. Recentemente ha anche diretto diversi film per la Disney, come “Pirati dei Caraibi-Oltre i confini del mare”, “Into the woods” e “Il ritorno di Mary Poppins”.

Rispetto alla trasmissione originale degli anni 50 si aggiunsero altre canzoni dal catalogo di Rodgers e Hammerstein. “Falling in Love with Love” è stata incorporata per dare opportunità a Bernadette Peters di avere un proprio solo. Per la scena iniziale, in cui Cenerentola e il Principe si incontrano fuori dal castello, si è usata “The Sweetest Sounds”. Infine per il finale la Fata Madrina canta “There’s music in you”, scritta in origine per “Main Street to Broadway”.

Anche rispetto alla storia dello spettacolo degli anni 50 ci sono alcune differenze. A detta dei creatori i cambiamenti apportati alla trama servivano a rendere Cenerentola un’ “eroina più attiva”, per adattarla meglio allo spirito degli anni 90.

In particolar modo Cenerentola e il Principe si incontrano prima del ballo, iniziando a sviluppare la loro relazione dall’inizio della storia. Tutta la scena iniziale, effettivamente, non era presente nel film con Julie Andrews, e aiuta a presentare meglio i personaggi. Abbiamo più tempo per conoscere il principe e la sua famiglia, mentre nella versione originale venivamo introdotti alla storia con l’annuncio dell’imminente ballo.

La Fata Madrina inoltre incoraggia più volte la protagonista ad agire personalmente nella sua vita e a lottare per ciò che merita. Un insegnamento che sembra dare i suoi frutti nel finale, in cui Cenerentola è sul punto di andarsene di casa prima che il Principe venga a prenderla.

Anche la musica fu “aggiornata” rispetto alla sua controparte degli anni 50, con arrangiamenti nuovi e più contemporanei.

Al momento della sua uscita il film ottenne recensioni miste dalla critica specializzata, ma diverse nomination ai premi di categoria. Oltre a ciò, come il film di Julie Andrews, milioni di spettatori lo videro alla sua uscita (60 milioni per la precisione).

Col tempo il film ha riguadagnato il favore della critica, e tuttora è considerato da molti rivoluzionario per il suo casting color-blind (ovvero che non tiene conto del colore della pelle dei personaggi).

Eppure questo piccolo film per la tv merita davvero l’etichetta di “rivoluzionario” e tutto l’affetto che si è guadagnato nel corso degli anni?

Probabilmente uno dei punti più forti di questa pellicola è il cast di comprimari.

Bernadette Peters è una matrigna più divertente di molte altre versioni che abbiamo visto nel corso degli anni, regalando perle di saggezza come “Qui non si sta parlando d’amore, si sta parlando di matrimonio!”. Allo stesso modo le due sorellastre regalano diversi momenti divertenti, come la canzone “Stepsisters’ Lament” in cui si lamentano del fatto che nessuno possa amare delle ragazze “normali” come loro.

La regina e il re regalano grandi momenti di comicità, sia singolarmente sia in coppia, dimostrando una grande complicità reciproca. Lionel, pur non essendo un personaggio particolarmente importante, regala comunque dei buoni momenti divertenti rivolti soprattutto ai più piccoli.

Paradossalmente, con un cast di comprimari così forte, a tratti gli attori principali passano in secondo piano.

Brandy e Whitney Houston in particolar modo al tempo dell’uscita del film ricevettero diverse critiche per le loro interpretazioni. Non mi sento di accodarmi totalmente a queste critiche, però devo ammettere di essere rimasta più positivamente colpita dall’interpretazione di Paolo Montalban che non da quelle delle due attrici.

Le scenografie e gli effetti speciali sono di qualità abbastanza bassa. Considerando però il budget che la produzione aveva a disposizione (“solo” 12 milioni di dollari) il risultato è decisamente superiore alle aspettative. I costumi al contrario presentano alcuni pezzi decisamente belli, che mescolano l’ambientazione medievale con vestiti più moderni, soprattutto per la Fata Madrina.

Interessante fatto sul film: Whoopi Goldberg richiese di vestire vera gioielleria nelle sue scene. Si rivolse personalmente a un gioielliere per ottenere gioielli dal valore di milioni di dollari. Una vera regina.

Alcuni punti della trama risultano un po’ frettolosi o non del tutto spiegati, ma è qualcosa da aspettarsi in un film così corto (meno di un’ora e mezza).

E in una pellicola così breve sono anche abbastanza brevi i numeri musicali, che si prendono il tempo necessario per svilupparsi. A tratti alcuni numeri di ballo si allungano ma sono piacevoli e non si prolungano a tal punto da risultare noiosi. Generalmente anche le performance canore variano dal buono al molto buono, con la Houston che ovviamente rappresenta il picco dal punto di vista della qualità vocale.

Dunque… Tutto qui? “Rodgers and Hammerstein’s Cinderella” è semplicemente una versione nella media della storia di Cenerentola, con buone musiche e un cast secondario particolarmente forte? Beh… non proprio.

Nel visionare questa pellicola ovviamente non ho potuto fare a meno di guardarla dal mio punto di vista, ovvero quello di una ragazza bianca. Nel leggere opinioni di diverse persone e recensioni mi sono resa conto dell’importanza che questo film ha avuto per persone non caucasiche.

Immaginate l’impatto che deve aver avuto su una bambina di colore vedere una principessa in cui potesse rispecchiarsi, per un bambino asiatico vedere un Principe Azzurro di origine filippina, per una coppia interraziale vedere un re caucasico e una regina di colore… In generale per un gruppo così marginalizzato vedersi rappresentati con tale naturalezza e con personaggi così variegati, quando spesso e volentieri i film tratti da favole erano (e sono) dominati da personaggi bianchi. Pensate che ufficialmente la prima principessa nera afroamericana nella “Linea delle Principesse” Disney fu Tiana, protagonista del film del 2009 “La principessa e il ranocchio”. E anche in quel caso, la ragazza viene trasformata in un ranocchio intorno al trentesimo minuto, rimanendo verde per circa un’ora di film.

Cenerentola è una fiera principessa di colore che ha i capelli acconciati nelle tipiche treccine afroamericane, che ha come Fata Madrina la “principessa del pop”. La protagonista riesce a realizzare i suoi sogni e a uscire dalla sua comfort zone, sposando infine il ragazzo che ama, un ragazzo asiatico che è a sua volta figlio di una famiglia interrazziale. Un modello incredibilmente positivo e speranzoso per i giovani spettatori di diverse etnie, a cui mancava una rappresentazione così positiva in un mondo mediale dominato dalla presenza di personaggi ed eroi bianchi. Una varietà simile è tuttora spesso inedita nei media.

Insomma, un film che forse nella nostra visione di persone caucasiche del 21esimo secolo risulta abbastanza piatto (soprattutto se visto in età adulta), anche se dotato di alcuni elementi interessanti. Ma come per ogni opera d’arte, è necessario guardare le cose tenendo conto del contesto in cui sono state prodotte.

E visto nel suo contesto d’appartenenza, questo film ha davvero reso l’impossibile… possibile!

Silvia Strambi

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