Roberto Tarasco racconta “Il Trittico della guerra”

Intervista a Roberto Tarasco, scenofonico

Il Trittico della guerra è arrivato a Milano per la sua prima milanese al Teatro Menotti dal 14 al 19 ottobre 2025, confermando la forza di un progetto che trasforma il teatro in un atto civile e profondamente contemporaneo.

Per una settimana, il palco del Menotti ha ospitato tre tragedie antiche per raccontare l’orrore e le ragioni della guerra di oggi.

Con Il Trittico della guerra, Gabriele Vacis e il gruppo PoEM – Potenziali Evocati Multimediali hanno inaugurato la stagione del Teatro Disarmato, offrendo un percorso di grande intensità. PrometeoSette a Tebe e Antigone compongono tre momenti di una riflessione unica sul potere, sulla responsabilità e sul coraggio di disobbedire.

Prometeo al teatro Olimpico di Vicenza

Le rappresentazioni si impongono per la loro forza fisica e la capacità di provocare una reazione emotiva e intellettuale.

Arrivano dirette al cuore, scuotono lo spettatore, lo costringono a confrontarsi con domande scomode. Non si tratta di un’attualizzazione didascalica dei miti, ma di un modo per farli risuonare nel presente, attraverso la voce e i corpi di giovani attori che riempiono la scena di energia collettiva.

Il gruppo adotta un linguaggio essenziale, fondato su suono e coralità, restituendo al teatro la sua funzione più autentica: non consolare, ma provocare e aprire spazi di pensiero condiviso. È proprio questa unione, questo insieme di corpi che si muovono all’unisono che riescono a dare potenza alle rappresentazioni.

Esci dal teatro pieno di emozioni che inevitabilmente ti scuotono.


Abbiamo avuto il piacere di parlare del progetto con Roberto Tarasco, scenofonico del gruppo, per approfondire le motivazioni e le emozioni che attraversano questa esperienza teatrale.

Roberto Tarasco

Prima di iniziare, volevo chiederle da cosa nasce il termine scenofonia?

«Nel 1988 io e Gabriele Vacis fummo invitati da Alessandro Baricco, che allora era ancora poco conosciuto, per un’intervista radiofonica. Durante la trasmissione ci chiesero cosa facessimo nella vita: Vacis rispose “il regista” e io, per rispondere, inventai questa parola, scenofonia, che mi accompagna ancora oggi.

Per me la scenofonia è la lingua della scena: è tramite suoni e luci che riesco a costruire ambienti. Non c’è bisogno di tante immagini; anche un semplice suono può far percepire l’immagine che vogliamo evocare e guidare l’esperienza dello spettatore.»

Come è nata la scelta di queste tre tragedie e l’idea di unirle sotto il titolo Trittico della guerra? Era un progetto già pensato come un percorso unico o questa visione è maturata nel tempo? E, soprattutto, quale filo rosso unisce la ribellione di Prometeo, la guerra fratricida dei Sette a Tebe e la disobbedienza di Antigone?

«Fondamentalmente sono state produzioni nate un po’ al volo. Inizialmente abbiamo lavorato e portato in scena Antigone, un progetto che Gabriele Vacis aveva già nel cassetto. Gli altri spettacoli, invece, sono arrivati su richiesta.

Siamo stati contattati per la stagione al Teatro Olimpico di Vicenza: in un primo momento avevamo pensato di presentare Polinice, ma il direttore artistico ci ha proposto di portare in scena Prometeo. Abbiamo accettato e da lì è nato lo spettacolo, che ha avuto un grande successo. La stagione successiva siamo stati richiamati, questa volta con l’invito a mettere in scena Sette a Tebe.

L’idea di unirli è arrivata solo in un secondo momento. Ci siamo accorti che tutte e tre le tragedie condividono un filo comune: la guerra. Ognuna la racconta in modo diverso, ma è sempre una presenza di fondo, un tema che attraversa tutto. Da qui è nata la scelta di raccoglierle sotto il titolo Trittico della guerra.

In Prometeo si percepisce la sospensione, l’idea di un luogo che non esiste se non nell’ideale; nei Sette a Tebe vibra la lotta dell’oppressione sia dentro e fuori le mura della città; in Antigone si sente la forza di chi segue fino in fondo ciò in cui crede, con una determinazione quasi assoluta.»

Gli spettacoli possono essere visti anche singolarmente, e ciascuno arriva al pubblico con una forza propria. Come si riesce a toccare così direttamente chi guarda? Che tipo di lavoro avete fatto per rendere vivi e attuali testi che appartengono a un’epoca apparentemente lontana dalla nostra, pur affrontando problematiche che, in fondo, restano le stesse?

«In realtà i testi che ci sono arrivati non sono quelli originali, ma traduzioni realizzate da monaci. Chissà com’erano all’origine… Quindi, di fatto, abbiamo lavorato su materiali che già portano con sé una distanza. Per costruire lo spettacolo abbiamo confrontato più traduzioni, cercando di volta in volta le parole più giuste per ciò che volevamo comunicare, senza tralasciare lo studio delle didascalie.

Le tragedie che possediamo, inoltre, sono frammentarie, interrotte. Abbiamo deciso di colmare quei vuoti attraverso la coralità: i cori diventano un modo per dare voce a ciò che manca, ma anche per avvicinare quei testi alla sensibilità di oggi.

Gli attori hanno poi contribuito in modo fondamentale, portando in scena parti di sé, le proprie storie e i propri scritti — testi che talvolta si sono anche scambiati tra loro, creando un intreccio di voci e di esperienze. È stato un lavoro collettivo, nato dal confronto e dalla relazione.

Sette a Tebe rappresenta forse il lavoro più maturo del gruppo: raccoglie tutto il percorso fatto finora, sia dal punto di vista artistico che umano. Alla fine dello spettacolo, i ragazzi raccontano le vicende dei loro nonni che hanno vissuto la guerra — storie che si tramandano, e che attraverso di loro continuano a risuonare nel presente.»

Sette a Tebe al teatro Olimpico di Vicenza

Per voi quindi la coralità rappresenta un punto centrale del vostro lavoro, questo microcosmo di corpi che lavorano e si muovono insieme in scena è quello che vorreste vedere anche nel mondo esterno.

«Assolutamente sì. Per noi le relazioni sono la cosa più importante. Oltre agli spettacoli, lavoriamo su diversi progetti che nascono proprio dal desiderio di costruire legami.

Uno di questi è Homo Deus: o come finirà la storia, uno spettacolo realizzato all’interno delle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino – che ha coinvolto studenti e studentesse del Politecnico di Torino e del DAMS, insieme agli attori e alle attrici della compagnia. A questo si aggiungono i seminari e i campus che organizziamo per esplorare, ogni volta, nuovi modi di entrare in relazione con le persone.

Quest’estate, ad esempio, il gruppo è stato impegnato nella creazione di MUTEVOLE – Museo delle Terre in Movimento, un “museo di relazioni” a Oliveto Citra. È un progetto che ha come protagonisti gli abitanti del luogo e nasce con l’intento di custodire e rendere viva la memoria della città e delle sue trasformazioni, attraverso installazioni multimediali, videoracconti, testimonianze e suggestioni letterarie.

Per noi la relazione – e il modo in cui si costruisce – è il centro di tutto. Il nostro lavoro parte da qui: dall’idea di costruire una società fondata sull’ascolto reciproco. Lavoriamo attraverso quella che chiamiamo la schiera, o Respiro comune: una pratica, non un esercizio, che connette gli uni agli altri e ci allena, nel tempo e nello spazio, alla consapevolezza di sé e degli altri.»

Questa volontà di unire attraverso le relazioni sembra far parte del vostro modo di fare teatro fin dagli inizi. Lei e Gabriele Vacis siete stati, insieme ad altri importanti nomi, tra i fondatori del Laboratorio Teatro Settimo. C’è un filo che collega quell’esperienza a ciò che oggi portate avanti con i giovani attori di PoEM?

«A noi rimane indubbiamente lo spirito giovanile, la nostra è stata una scelta di formare queste nuove generazioni e per noi è fondamentale che ci sia. Cerchiamo di fare coesistenza cercando un dialogo con le generazioni, è uno scambio reciproco: loro imparano da noi ma senza dubbio anche noi impariamo da loro – c’è sicuramente un ponte. La visione comune – benché con dei cambiamenti per il trascorrere del tempo – è la stessa.

Il Laboratorio teatro settimo è stata una cosa grandissima, eravamo dei giovani ragazzi e ragazze che avevano voglia di fare teatro ma senza nessuna competenza artistica; avevamo voglia e abbiamo trovato un modo di fare teatro, di farci capire e ascoltare. Era un’azione per aggregarci, forse adesso le cose sono un po’ diverse, ci siamo evoluti ma la voglia di parlare con il pubblico è rimasta.»

Foto da Antigone

Dopo aver assistito ai vostri spettacoli, quali sensazioni, interrogativi o riflessioni sperate che rimangano negli spettatori?

«Ciò che desideriamo lasciare negli spettatori è awareness ovvero consapevolezza. Ma in questo contesto indica qualcosa di più: una connessione profonda tra corpo e mente, uno stato di attenzione attiva, uno stare pronti in determinati momenti della vita, senza però essere in tensione.

È un modo di essere, di gestire il corpo, i sentimenti e le emozioni, ponendosi domande per prepararsi, per restare ricettivi e presenti. Il teatro ci parla, crea connessioni e serve a costruire una società fatta di relazioni autentiche. Non è semplice intrattenimento, né solo divertimento.

Vogliamo che questa consapevolezza, questa capacità di stare in guardia senza ansia, rimanga negli spettatori e li accompagni anche fuori dal teatro.»

Foto dallo spettacolo Antigone

Questa consapevolezza, che il gruppo coltiva con i propri attori e trasmette al pubblico, si è riflessa chiaramente nella risposta degli spettatori durante la prima milanese al Teatro Menotti.

Grazie a Roberto Tarasco per l’intervista e per una prima milanese al Teatro Menotti che ha confermato quanto Il Trittico della guerra riesca a parlare direttamente al pubblico. Gli spettatori hanno accolto con entusiasmo e partecipazione la coralità, l’energia e la forza emotiva degli spettacoli.

Per Vacis, Tarasco e il gruppo PoEM, questo successo rappresenta non solo il riconoscimento del lavoro artistico, ma anche la conferma che il teatro può ancora creare connessioni autentiche, stimolare riflessioni profonde e far emergere quella consapevolezza che è al cuore della loro ricerca.

Dopo Il Trittico della guerra, il gruppo è pronto a una nuova sfida: ad aprile andrà in scena Vangeli, la produzione successiva dopo La Bibbia. Un progetto che, come i precedenti, promette di unire corpi, voci e riflessioni, e che speriamo di poter vedere presto anche a Milano perché sono spettacoli che meritano di essere visti. Il lavoro di PoEM continua a trasformare il teatro in esperienza condivisa, capace di parlare al presente e di creare relazioni durature con il pubblico.

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