Al Teatro Vascello uno straordinario testo inedito di Fabrizia Ramondino: Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo.

Un imponente sipario rosso cela il palco agli occhi del pubblico. Uno spiraglio si apre, e compare un uomo, che si sveglia e inizia a raccontare, a raccontarsi. Un microcosmo chiuso dal quale guarda al mondo, che prende vita nella forma che conosce meglio: quattro strumenti musicali. D’altro canto, in che modo un compositore potrebbe guardare la realtà, se non attraverso la musica che lui stesso compone? Cosa vediamo del mondo dal chiuso di una stanza? Tutto dipende da chi siamo, dagli strumenti che abbiamo per leggere il reale.
Mario Martone non è nuovo alla riscoperta e valorizzazione di autrici troppo a lungo rimaste nel dimenticatoio: con questa nuova fatica, con il supporto di Ippolita di Majo, torna a confrontarsi, con Fabrizia Ramondino – e le parole di elogio che le dedica nella presentazione dello spettacolo parlano di un affetto e di un’amicizia sinceri – recuperandone un inedito che tematizza la relatività della nostra visione del reale. In uno spazio che si svuota, che progressivamente perde pezzi, è la realtà stessa che lentamente si sfrangia e perde confini netti e definiti. Tre scene, tre momenti, tre punti fissati nel fluire di un tempo tiranno che depreda il protagonista di tutto ciò che ha, in una spoliazione che non è solo fisica, ma morale, simbolica.

Un cast di tutto rispetto, tra nomi noti e “nuove leve”: nonostante il quasi predominio del compositore protagonista, la Stanza è uno spettacolo profondamente corale, in cui, come nelle migliori orchestre, ogni elemento si compenetra con gli altri per creare una sinfonia perfetta.
Lino Musella, “il compositore”, è il protagonista e guida la narrazione con una prova d’attore memorabile. Chi ascolta si lascia trasportare dalla sua voce, in un vortice narrativo che quasi stordisce.

Non è necessario rimarcare la bravura di Iaia Forte, la madre, che è sempre un piacere e un onore poter vedere in scena: la generosità di un mostro sacro del panorama teatrale contemporaneo.
Tania Garribba è la moglie, figura tragica e trista, cui si contrappone la freschezza di India Santella, la figlia che prende vita nella terza scena. Lei e Matteo De Luca, il fidanzato, portano una naturalezza che è un piacere osservare.

Potente anche la scelta scenica, sempre curata da Martone, che esalta la progressiva desolazione in cui il protagonista si trova a vivere: l’artista è allora l’outsider, l’escluso, che, come si diceva, guarda al mondo dal suo piccolo spazio recluso, tentando inutilmente di avere su di esso una presa. Ciò che ne esce è musica, musica che forse, purtroppo, rimarrà inascoltata.
Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo è uno spettacolo ricco, colto, la dimostrazione che il teatro può permettersi la complessità senza per questo diventare respingente.
