TRAGÙDIA – Il canto di Edipo
Liberamente ispirato alle opere di Sofocle
regia, scene, luci, suoni, costumi Alessandro Serra
traduzione in lingua grecanica Salvino Nucera
con Alessandro Burzotta, Salvatore Drago, Francesca Gabucci,
Sara Giannelli, Jared McNeill, Chiara Michelini, Felice Montervino
voci e canti Bruno de Franceschi
collaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini
collaborazione al suono Gup Alcaro – collaborazione alle luci Stefano Bardelli
collaborazione ai costumi Serena Trevisi Marceddu
direzione tecnica Giorgia Mascia – tecnico del suono Alessandro Orrù
direzione di scena Luca Berettoni – costruzione scena Daniele Lepori, Serena
Trevisi Marceddu, Loic Francois Hamelin
produzione Sardegna Teatro, Teatro Bellini, Emilia-Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro Due in collaborazione con Compagnia Teatropersona, I Teatri di Reggio Emilia distribuzione Sardegna Teatro – Danilo Soddu
Il teatro Amilcare Ponchielli di Cremona ha inaugurato il 26 novembre la propria stagione teatrale di prosa con Tragùdia – il canto di Edipo l’ultimo lavoro di Alessandro Serra.
Uno spettacolo incredibile per la sua potenza visiva e sonora: un’opera dirompente che non accarezza il pubblico, ma lo trascina in un vortice di immagini, suoni e interrogativi.

Un mito che ritorna rito
Lo spettacolo non si limita a raccontare il mito, ma lo attraversa, lo scava, lo rimodella fino a far emergere un territorio primordiale in cui la tragedia greca torna a essere rito, domanda, vertigine.
Serra affronta Edipo non come un personaggio da studiare, ma come un’energia archetipica; ciò che avviene in scena non è la ripetizione di una storia nota, bensì un dialogo vivo con ciò che il mito rappresenta per l’uomo contemporaneo: il bisogno di verità, la paura dell’origine, la fragilità del vedere.
Non è un caso che, nelle sue note, il regista parli di macerie:
Macerie. In un’epoca di macerie non c’è altra possibilità che lavorare su ciò che resta, soffiare sulle ceneri per riattivare il fuoco.
Ciò che resta della tragedia: parole senza suono.
Ciò che resta della polis: una società di estranei.
Ciò che resta del rito: una drammaturgia spenta.
Ciò che resta di un mito: una storiella venuta a noia.
Ciò che resta di un eroe: un personaggio fuori fuoco.
Il canto di Edipo si edifica sulle macerie.
Tragùdia nasce esattamente su quel terreno bruciato. L’idea è quella di soffiare sulle ceneri della tragedia per riattivare un fuoco antico, restituire al pubblico una forma scenica che non sia spiegazione del mito, ma riattivazione di un sapere collettivo perduto. Serra si interroga: come ricostruire oggi quel sapere che un tempo permetteva al poeta tragico di evocare il mito senza raccontarlo? Tragùdia è il suo tentativo di far riaffiorare quel livello di visione.

La lingua come materia viva
Tragùdia colpisce per il suo impianto sonoro e linguistico. L’uso del grecanico, lingua antica e musicale, restituisce alla parola una dimensione sacrale.
Non importa comprenderne ogni sfumatura semantica: ciò che conta è la vibrazione, la carica ancestrale che porta con sé. Le frasi sembrano scolpite nell’aria più che pronunciate, come se il tempo stesso retrocedesse e il palcoscenico diventasse un’eco di un mondo remoto.
I sovratitoli non rompono questa magia, ma la accompagnano, permettendo alla comprensione di emergere senza mai sovrastare l’esperienza sensoriale. La musicalità della parole prende il sopravvento sulla comprensione che riesce comunque ad esserci.
Serra approfondisce: il greco di Sofocle era già allora una lingua volutamente alta e musicale che strappava dal reale per collocare il pubblico in uno spazio di trascendenza. L’italiano moderno, dice, abbassa il tragico e lo rende un fatto drammatico e da qui la scelta del grecanico: lingua che non spiega il mito, ma lo riattiva. Un’idioma che ancora oggi risuona in un angolo rimontato che fu quello della Magna Grecia, un residuo sonoro di un mondo antico, unlinguaggio che non concettualizza ma vibra.

La regia di Alessandro Serra si conferma, anche in questo lavoro, una delle più incisive del panorama teatrale italiano.
La scena presenta elementi carichi di tensione. Le luci, studiate con precisione scultorea, modellano lo spazio come materia viva. A volte sono taglienti, frontali, bianche, capaci di creare un contrasto violento tra presenza e oscurità; altre volte si aprono in chiarori più morbidi, lasciando emergere figure che sembrano impregnate di un tempo sospeso.
Questa cura luministica non è mai decorativa: diventa il vero paesaggio emotivo dello spettacolo. Senza dimenticarsi della dimensione sonora che accompagna e guida la percezione del pubblico. Battiti profondi, suoni gutturali, respiri amplificati, vibrazioni metalliche: tutto concorre a costruire un clima che richiama riti arcaici, percorsi di passaggio, stati di trasformazione. Serra non intende imitare un rituale, ma attingere al suo potere simbolico.
Così, la scena si fa luogo di mutazione, un terreno in cui la figura di Edipo si manifesta. A questi elementi si aggiunge l’uso magistrale del corpo degli attori che diventa scrittura scenica essenziale per lo spettacolo.
Il corpo come scrittura scenica
Gli attori abitano lo spazio con una fisicità intensa e controllata. I loro corpi sono prolungamenti del ritmo interno dello spettacolo: non illustrano la storia, ma la incarnano. I gesti non spiegano, non accompagnano la parola: la completano come in una coreografia dell’inconscio. Il lavoro corale degli attori è sorprendete. Sul palcoscenico sembrano esserci più attori di quelli che ci sono realmente, il tutto immerso in una sfera collettiva che lascia senza parole.

È un teatro che chiede al pubblico di sospendere il desiderio di “capire” per lasciarsi attraversare.
Tragùdia richiede attenzione, disponibilità, un ritmo diverso da quello consueto. Ma la sua forza risiede proprio in questa esigenza. Serra non offre una tragedia da consumare, ma un’esperienza da abitare; non propone un racconto, ma un cammino.
In definitiva, Tragùdia – Il canto di Edipo dimostra come il mito possa ancora essere materia viva e bruciante. Lo spettacolo non si limita a evocare Edipo, ma lo rende presenza reale, quasi fisica, costringendo chi guarda a interrogarsi non solo sulla tragedia antica, ma su sé stesso. È un teatro che attraversa e che resta, un’esperienza che mette in dialogo passato e presente con una forza rara. Uno spettacolo che va visto e assaporato per la sua incredibile forza evocativa e simbolica.
